Pasolini contro gli studenti?

Il quarantennale della morte di Pasolini, un intellettuale del ‘900 che parlò della sua società (e della nostra) con pungente intelligenza e profetica analisi socio-politica, spinge ognuno di noi a riflettere, in una data simbolica come questa, riguardo alcune delle sue più ardite affermazioni.

In particolare fece gran scalpore la poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia del ’68, “Il PCI ai giovani”, nella quale Pasolini sembrerebbe schierarsi in maniera assoluta contro i movimenti rivoluzionari del periodo. In quei versi infatti l’autore definisce gli studenti “figli di papà” e “prepotenti”; mentre i poliziotti, con i quali dice esplicitamente di schierarsi, sarebbero i veri “figli dei poveri”, e come tali subiscono le prepotenze della classe più ricca. Tuttavia, come spiega lo stesso Pasolini un anno dopo in un articolo del “Tempo illustrato”, la poesia è stata recepita come un “prodotto di massa”, ed è stata, cioè, alienata dalla sua vera natura: in realtà il componimento era semplicemente un’esca “per richiamare l’attenzione del lettore”. Di fronte ad affermazioni tanto esplicite viene meno la lettura semplicistica secondo la quale Pasolini condannerebbe senza appello gli studenti ed i “capelloni”, si comprende invece la sottile provocazione, usata al fine di far aprire gli occhi ai manifestanti riguardo la loro stessa protesta. Pasolini infatti non era contro la rivoluzione in sé, ma era contro gli esiti paradossali di quella rivoluzione: la quale non solo escludeva i poveri, ossia i poliziotti, ma, proponendoli come meri strumenti di repressione agli occhi delle masse, li mortificava e quindi li trasformava in oggetto di un nuovo odio razziale. Il poeta si era dunque accorto di come quella in atto non fosse altro che un’ulteriore affermazione del capitalismo. Il “secondo fascismo”, con i suoi metodi subdoli, stava insomma diffondendosi tramite una protesta borghese nelle menti dei giovani, che il poeta vuole invece spingere a farsi intellettuali nell’accezione più letterale del termine: quindi a comprendere e a farsi conoscitori della società e dei suoi meccanismi. In fondo, quella tensione all’esagerazione, quella moda di superare i limiti (ad esempio le leggi o il costume imposti dalla società, ancora in parte cattolica e perbenista), che erano proprie dei movimenti del tempo, non erano altro che l’ennesima prova tangibile dell’omologazione inconsciamente imposta, della “mutazione antropologica” provocata dal capitalismo.

Ecco perché Pasolini andrebbe ancora letto, a quarant’anni dalla sua morte, e con più attenzione di quella riservatagli dai suoi contemporanei: perché offre un modo mai scontato o rassicurante, ma sempre acuto, di vedere la società odierna sempre più paradossale, ipocrita e in cerca di capri espiatori. Come se non fosse passato nemmeno un giorno.

Dimensioni e peso dei monopattini elettrici

Il monopattino elettrico rappresenta una vera e propria innovazione perché, migliorando con un motore elettrico un normale monopattino a spinta si è arrivati alla creazione di un dispositivo semplice, divertente, ecologico, alla moda e anche molto comodo.

La comodità di utilizzo non è dovuta soltanto al fatto che le regole per imparare a guidarlo siano veramente semplici ma anche perché le sue dimensioni ridotte ne permettono un semplice trasporto anche una volta terminata la corsa.

Le dimensioni medie del monopattino elettrico si aggirano intorno ai 60x100x130 per circa 14 kg di peso ma ovviamente in commercio si trovano modelli di peso e dimensioni più grandi o più piccole per andare incontro alle necessità del cliente.

Nel caso in cui volessimo acquistare un monopattino con molti optional, performante anche nel fuoristrada e idoneo a sopportare pesi elevati è ovvio che le dimensioni ed il peso non sarebbero assolutamente ridotti ma piuttosto elevati per la natura robusta e massiccia del dispositivo.

Invece, se volessimo utilizzare il monopattino per brevi tragitti casa-lavoro senza molte altre aggiunte è possibile sceglierne uno di dimensioni e peso ridotti pensato soprattutto per chi deve trasportarlo abitualmente. Per migliorare il trasporto in commercio si possono trovare anche dei modelli pieghevoli che, una volta chiusi, occupano davvero poco spazio di modo che possono essere portati comodamente in macchina, sui mezzi pubblici o anche nel nostro ufficio o nella nostra scuola.

Queste abitudini sono molto affermate negli altri Paesi in cui usare il monopattino elettrico per evitare il traffico cittadino per poi richiuderlo una volta arrivati a destinazione è all’ordine del giorno. In Italia, invece, a causa di alcune lacune normative, deve ancora concretizzarsi questa abitudine ma data l’espansione continua del mercato del dispositivo siamo certi che la situazione si risolverà a breve.

Nel caso in cui fosse comunque in previsione l’acquisto di un monopattino elettrico sarebbe necessario valutare prima il tipo di utilizzo che se ne andrà a fare per capire le dimensioni più idonee da ricercare. Detto questo possiamo trovare il modello che fa più per noi su Sportivense.com – Monopattino Elettrico — Vendita online delle Migliori Marche dove una vasta scelta di articoli è correlata a prezzi davvero vantaggiosi.

Cosa state aspettando? Il futuro è il monopattino elettrico.

Il mistero del cigno dell’Avon

Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.

William Shakespeare (Stratford Upon Avon 1564- 1616), autore di celebri opere teatrali che quasi superano l’artefice stesso per fama, è un personaggio ancora avvolto da una spessa cortina di mistero. Date le discordanze sulle notizie riguardanti la sua vita si è ipotizzato che i suoi componimenti fossero stati in realtà scritti da altri autori, dietro pagamento o che “Shakespeare” non fosse altro che uno pseudonimo. Secondo alcune teorie il Bardo sarebbe addirittura un italiano fuggito dalla patria perché calvinista e perseguitato che, giunto in Inghilterra, si sarebbe limitato a tradurre il suo cognome da Crollalanza (scuoti la lancia) a Shakespeare.

Non sappiamo neppure come si scrivesse il suo cognome: ne abbiamo infatti ottanta varianti, da Shaksp a Shakspeare passando per Shakespe e Shakspere.

Shakespeare frequentò la King’s New School, istituto non molto distante dalla sua abitazione, dove studiò probabilmente il Latino e i classici della letteratura. Non abbiamo notizie, invece, di eventuali studi universitari. Una volta conclusa la scuola William lavorò come apprendista conciatore nel negozio del padre, infatti nelle sue opere il Bardo utilizza diversi termini tecnici propri del suddetto mestiere.

All’età di diciotto anni Shakespeare sposò Anne Hathaway. Secondo alcune teorie, il sonetto numero 145 dello stesso Shakespeare farebbe riferimento proprio alla moglie. Infatti le parole del componimento “hate away” e “and saved my life” rimanderebbero rispettivamente al cognome (Hathaway)e al nome (Anne) della donna.

La prima figlia dei coniugi Shakespeare, Susannah, nacque poco dopo il matrimonio mentre a due anni di distanza dallo stesso nacquero due gemelli, battezzati con i nomi dei vicini e cari amici dei genitori, Hamnet e Judith. Ai suoi figli, Shakespeare non insegnò neppure a scrivere, infatti sono stati ritrovati documenti che attestano come questi firmassero attraverso una croce.

Per quanto riguarda il periodo compreso tra il 1585 e il 1592, cioè tra la nascita dei gemelli e la comparsa sulla scena letteraria, non abbiamo documenti che testimoniano gli spostamenti e le azioni di Shakespeare; dunque quegli anni sono stati definiti dagli studiosi lost years (“anni perduti”). Secondo una leggenda il Bardo avrebbe lasciato la sua città natale, trasferendosi a Londra per sfuggire a un processo dovuto alla caccia di frodo nel terreno di un signorotto locale. Probabilmente in questo periodo Shakespeare lavorò come insegnante, studiò legge e viaggiò con una compagnia di attori itineranti.

Le fonti su Shakespeare successive risalgono al 1592 e attestano la sua affermazione in ambito teatrale, la quale gli fruttò il soprannome “il cigno dell’Avon”, e il ritorno nella sua città natale, avvenuto nel 1611.

William Shakespeare morì all’età di 52 anni, nel 1616, secondo la leggenda a causa di una febbre contratta per aver bevuto troppo alcol in una serata tra amici. Il suo monumento funebre rappresentava un mercante che trasportava un sacco di grano; tuttavia, circa un secolo dopo la sua morte, la scultura è stata modificata per farle così assumere le sembianze di uno scrittore che impugna una penna d’oca. L’epitaffio sulla tomba è uno scritto dello stesso Shakespeare che recita: “Caro amico, per l’amor di Gesù astieniti dallo smuovere la polvere qui contenuta. Benedetto colui che custodisce queste pietre, e maledetto colui che disturba le mie ossa”.

Curiosamente non abbiamo tracce di un suo elogio funebre, di un sonetto in sua memoria, o di una registrazione della sua morte. A lui l’Oxford English Dictionary attribuisce l’invenzione di circa 3000 parole di uso corrente nella lingua inglese.

“Romeo e Giulietta”, “Amleto”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Il mercante di Venezia”, ” Le allegre comari di Windsor”, poi ancora “Otello”, ” Macbeth”, ” Re Lear”… le sue opere parlano da sole, ci raccontano molto più di lui di quanto non facciano i miseri documenti che abbiamo a disposizione, gli permettono di continuare a “vivere” a secoli di distanza dalla sua morte.

14 fra i più venduti software antivirus sono vulnerabili

Le case produttrici tendono a trascurare il problema che, a detta dei ricercatori, consentirebbe ad hacker e malintenzionati di sfruttare bug noti per bucare le difese

L’allarme è stato lanciato da Joxean Koret, ricercatore presso l’azienda di sicurezza informatica COSEINC di Singapore: 14 dei più diffusi software antivirus presenti sul mercato presentano vulnerabilità intrinseche nel loro codice, sfruttabili in locale e da remoto per penetrare le difese e prendere possesso delle macchine su cui sono installati.

Il problema, a detta di Koret, risiede in larga parte nell’abitudine delle case produttrici di realizzare i software antivirus con codici antiquati, derivanti dal buon vecchio C, e dal fatto che per funzionare richiedono all’utente una lunga serie di privilegi e permessi. La presenza di un bug nel codice, di conseguenza, permetterebbe a un malintenzionato di assumere a sua volta i privilegi e i permessi di sistema e di “bucare” in maniera evidente il computer bersaglio, trovandosi già in possesso dei permessi di root.

Ad aggravare il panorama, il ricercatore ha rilevato come le maggiori case produttrici di software antivirus siano solite distribuire i propri aggiornamenti attraverso protocolli http non cifrati, usando porzioni di vecchio codice sui quali non vengono eseguiti comunemente tutti quei test di sicurezza e di “fuzzing” indispensabili per stressare il codice sorgente mettendolo alla prova di fronte ad attacchi simulati.

In questo modo, più un antivirus risulta essere ricco di funzionalità aggiuntive più l’utente risulta esposto al pericolo di attacchi informatici, allargando la superficie sulla quale è possibile sferrare un attacco. Il rischio più grande, sempre a detta di Koret, è che un hacker possa lanciare un attacco del tipo “man in the middle” senza che l’utente possa accorgersi di nulla, prendendo il pieno possesso del sistema operativo sfruttando i permessi di root che quasi sempre caratterizzano gli antivirus più diffusi in commercio.

Da qui, una considerazione allarmante: i motori degli antivirus sono vulnerabili agli attacchi 0-day (le vulnerabilità non note, per le quali non sono ancora stati rilasciate opportune patch o aggiornamenti) esattamente come i programmi che tentano di proteggere. Uno scenario allarmante che il ricercatore ha descritto dettagliatamente nel corso dell’ultimo Syscan 360 e riassunto in questo documento.

Recensione – Non Essere Cattivo

Uscito nel settembre dello scorso anno, dopo una lunga fase di gestazione, Non Essere Cattivo chiude l’ideale trilogia di Claudio Caligari iniziata con Amore Tossico e proseguita con L’odore della Notte. L’apertura del film vuole, appunto, sottolineare questa linea di continuità: litorale romano, ultimi giorni d’estate, un ragazzo mangia un cono gelato, sul volto i segni di una vita difficile. Sullo sfondo c’è ancora Ostia, l’aria di periferia e l’odore del mare, adesso però siamo a metà degli anni ’90, accanto a Cesare c’è un amico, di più, un fratello perché quando quella che si condivide non è solo la vita ma la sopravvivenza i rapporti di amicizia si fanno più stretti di quelli di sangue. 

Cesare e Vittorio sono cresciuti insieme, facendosi forza l’un l’altro mentre la prospettiva di un futuro si rivelava per entrambi sempre più lontana. L’adolescenza è passata nell’oblio delle droghe, sostentata da piccole attività criminali sempre in attesa di una “svorta”. Poi però si cresce, la vita non fa sconti e spesso il prezzo che paghi per gli sbagli commessi sembra essere davvero troppo alto. Se Vittorio cerca di guardare avanti, trovare un lavoro e una brava ragazza, Cesare ha cicatrici ancora aperte: una sorella che non ce l’ha fatta e una nipotina malata di Aids che gli ricorda l’impossibilità di affrancarsi dal passato. Il disperato ottimismo di Vittorio lo farà sentire ancora più solo, gettandolo in un vortice di abbandono e stordimento. Anche lui cercherà in una ragazza la via di fuga dalle sabbie mobili in cui affonda, ma semplicemente per alcuni non può funzionare. A Cesare la vita non ha concesso nulla, quella che conduce è l’unica esistenza possibile, quella in cui ti va bene se riesci a restare vivo.

L’ultimo lavoro di Caligari è un film doloroso, in precario equilibrio tra realismo e melodramma, tra durezza e poesia. Le atmosfere pasoliniane aiutano a raccontare un’umanità sfinita, sballata, imprigionata. Sono vite al margine, che brillano per la loro autenticità e per la ricchezza di sentimenti, l’unico tipo di ricchezza che possono permettersi. Le scene rapide dell’abuso si scontrano con quelle rallentate della fatica di vivere, i protagonisti non sono cattivi, ma semplicemente imperfetti come tutti. Lo stile documentaristico, cifra stilistica di Caligari, riesce però sempre a velarsi di poesia; lo sguardo che ci guida può sembrare distaccato, ma ci fa cogliere i dettagli più efficaci per raccontare il dramma, l’assenza di scelta, la mancanza di possibilità. Con le sue 16 candidature ai David di Donatello, tra cui quella a Marinelli per la sua potente interpretazione di Cesare, il film vede riconosciuti tutti i suoi sforzi, non possiamo purtroppo dire lo stesso per Caligari, venuto a mancare poco prima dell’uscita di Non essere cattivo.

Donne: Cosa non fare/dire mentre fate Sesso!

Soprattutto le donne, quante pare mentali si fanno a letto? Anche gli uomini è vero, se vanno troppo veloce, troppo piano, se dureranno quanto devono… ma le donne, oh mio Dio aiutatemi a dire che sono pazze certe volte. Lo dico a ragion veduta, sono donna anche io. Comunque un gruppo di gente si è riunita su “Reddit” ed ha parlato degli inconvenienti avvenuti tra le lenzuola, alcuni sono ricorrenti pertanto fanno parte di una sorta di “Codice di cose da non fare a lettocome ad esempio:Evitare di ricordare che “è finito il latte” mentre siete sul più bello, parlare di argomenti non sessuali durante il sesso.. è controproducente, ammettere la propria infedeltà mentre si è ad un passo dall’orgasmo è proprio da stronze «La mia fidanzata mi cavalcava e a un certo punto ha urlato: “Ho un nuovo amanteeee”»

Una cosa da non sottovalutare è “ribaltare i ruoli” mentre lui mantiene l’eccitazione… quando lo vedete che sta lì tutto preso, è proprio il momento sbagliato. Quando fate un pompino, far sentire i denti non è eccitante, fa solo venire il terrore all’altro che possiate staccargli il pene. Un’altra cosa importante… studiare i film porno e riproporre scene simili con gemiti da attrice e pose studiatissime non fa eccitare proprio nessuno perchè non siete all’audizione di un film, si vede che siete false come una banconota da 1 euro ed in oltre gli uomini preferiscono suoni “reali“.

L’aria che esce dalla vagina durante i rapporti sessuali è del tutto naturale (soprattutto in determinate posizioni) quindi smettete di sentirvi imbarazzate, chi sa ridere di queste cose è molto sensuale. Un utente confessa: «Non capisco perché le donne si muovono avanti e indietro invece che su e giù. Questo movimento mi fa male alla base del pene, se lo fanno solo per stimolare il clitoride basta che lo dicano e ci pendo io con le mani».

Un altro racconta: «Avevo una fidanzata che godeva ad allargare la fessura del mio pene e ad infilarci dentro la lingua, come fosse una minuscola vagina. Non mi piaceva per niente». Infine, l’errore più importante di tutti: quando le donne parlano dei loro difetti tipo la ciccia o l’alito cattivo, o il nero anti estetico, o la smagliatura o lo smalto da rifare… In quel momento l’uomo pensa solamente “Ho il mio cazzo dentro di te e pensi che mi preoccupi dell’alito?