Recensione – Non Essere Cattivo

Uscito nel settembre dello scorso anno, dopo una lunga fase di gestazione, Non Essere Cattivo chiude l’ideale trilogia di Claudio Caligari iniziata con Amore Tossico e proseguita con L’odore della Notte. L’apertura del film vuole, appunto, sottolineare questa linea di continuità: litorale romano, ultimi giorni d’estate, un ragazzo mangia un cono gelato, sul volto i segni di una vita difficile. Sullo sfondo c’è ancora Ostia, l’aria di periferia e l’odore del mare, adesso però siamo a metà degli anni ’90, accanto a Cesare c’è un amico, di più, un fratello perché quando quella che si condivide non è solo la vita ma la sopravvivenza i rapporti di amicizia si fanno più stretti di quelli di sangue. 

Cesare e Vittorio sono cresciuti insieme, facendosi forza l’un l’altro mentre la prospettiva di un futuro si rivelava per entrambi sempre più lontana. L’adolescenza è passata nell’oblio delle droghe, sostentata da piccole attività criminali sempre in attesa di una “svorta”. Poi però si cresce, la vita non fa sconti e spesso il prezzo che paghi per gli sbagli commessi sembra essere davvero troppo alto. Se Vittorio cerca di guardare avanti, trovare un lavoro e una brava ragazza, Cesare ha cicatrici ancora aperte: una sorella che non ce l’ha fatta e una nipotina malata di Aids che gli ricorda l’impossibilità di affrancarsi dal passato. Il disperato ottimismo di Vittorio lo farà sentire ancora più solo, gettandolo in un vortice di abbandono e stordimento. Anche lui cercherà in una ragazza la via di fuga dalle sabbie mobili in cui affonda, ma semplicemente per alcuni non può funzionare. A Cesare la vita non ha concesso nulla, quella che conduce è l’unica esistenza possibile, quella in cui ti va bene se riesci a restare vivo.

L’ultimo lavoro di Caligari è un film doloroso, in precario equilibrio tra realismo e melodramma, tra durezza e poesia. Le atmosfere pasoliniane aiutano a raccontare un’umanità sfinita, sballata, imprigionata. Sono vite al margine, che brillano per la loro autenticità e per la ricchezza di sentimenti, l’unico tipo di ricchezza che possono permettersi. Le scene rapide dell’abuso si scontrano con quelle rallentate della fatica di vivere, i protagonisti non sono cattivi, ma semplicemente imperfetti come tutti. Lo stile documentaristico, cifra stilistica di Caligari, riesce però sempre a velarsi di poesia; lo sguardo che ci guida può sembrare distaccato, ma ci fa cogliere i dettagli più efficaci per raccontare il dramma, l’assenza di scelta, la mancanza di possibilità. Con le sue 16 candidature ai David di Donatello, tra cui quella a Marinelli per la sua potente interpretazione di Cesare, il film vede riconosciuti tutti i suoi sforzi, non possiamo purtroppo dire lo stesso per Caligari, venuto a mancare poco prima dell’uscita di Non essere cattivo.